Mi va di lasciarti entrare?

Sono dell’idea che la felicità dipenda sempre da noi stessi e che non bisogna mai  dipendere dagli altri. L’ho capito con gli anni, sia chiaro. Una volta ero un’adolescente sempre disponibile, con la voglia di aiutare gli altri e pensavo che questo mi avrebbe reso sempre felice e ben vista agli occhi degli altri e, soprattutto, sempre amata. Invece, la vita mi ha sbattuto più e più volte la realtà in faccia. Le persone hanno così tante sfaccettature e sfumature che non basta un gesto carino per renderli buoni per sempre. Le ho anch’io. Così, lentamente, ho imparato a crearmi una sorta di campanello dall’allarme. “Ehi, non aspettarti nulla”. Bene. Cosa ho imparato? Sicuramente a non restarci più male, ad avere le spalle forti, ad aprire la mia vita a tutti, ma fino al salotto dove, solitamente, si fanno accomodare gli ospiti perché lì è tutto in ordine, accogliente, pulito. Nessuno entra nelle altre stanze, come in cucina dove potrebbe esserci il piano cottura poco pulito o in camera da letto con i calzini sporchi  in un angolo ed essere giudicati male, per sempre. Perché se qualcuno critica il tuo arredamento in salotto va bene. Sono solo i tuoi gusti, ma il privato, il privato è così intimo che è davvero per pochi. E così, stavo pensando, tutto questo mi ha portato solo a crearmi una barriera per  proteggermi e stare meglio? Forse no.  Se non permetto alle persone di conosce davvero come sono, come faranno a sorprendermi? Come sapranno cosa mi farà ridere di gioia fino alle lacrime o restare in silenzio per secondi che sembrano eterni e poi bagnare gli occhi dall’emozione?

E’ un rischio.

Un rischio che forse dovrei imparare a prendere.

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13 Reasons Why. Cosa ne penso?

Ho iniziato e divorato (letteralmente!) questa serie in soli due giorni.
Mi ha talmente preso e colpito che non ho potuto fare a meno di guardare le 13 puntate una dopo l’altra.
In tutta onestà, quando me ne hanno parlato mi aspettavo di trovare il solito telefilm basato sul teen drama, i soliti problemi adolescenziali nelle scuole americane, spesso anche troppo romanzate.
Invece no! E provo a spiegarvi la mia opinione.

13 Reasons Why parla di Hannah Baker, una ragazza che decide di suicidarsi, apparentemente senza motivo. Prima di compiere quest’atto tremendo, però, decide di lasciare e inviare, come una catena, a quelli che lei ritiene i colpevoli, delle audio cassette in cui spiega e racconta i motivi per i quali si è suicidata. Dalla prima puntata, vediamo subito uno dei protagonisti della serie, Clay, che riceve un pacco con le famose audiocassette. Non appena Clay scopre, a mano a mano, il contenuto delle cassette, riusciamo a ricostruire tutto ciò che è accaduto e perché Hannah arriva a quella terribile conclusione.

Personalmente, non credo che il tema di questa serie sia semplicemente il bullismo. C’è molto di più: c’è cyberbullismo, molestie sessuali, molestie verbali, sofferenza interiore, il non sentirsi capiti e/o accettati. Riusciamo a capire quanto sia debole la mente e il carattere delle persone. Quanto sia, troppo spesso, minimizzato il tutto da chi, invece, dovrebbe proteggerti e, soprattutto, aiutarti. Perché non tutti siamo abbastanza forti, anche se all’esterno può apparire così. Non lo si nota solo dal personaggio Hannah Baker. La bellezza di questa serie sta nel fatto che tutti i personaggi sono presentati in pieno, nelle loro apparenze, nel loro essere, nelle insicurezze, paure, pressioni esterne. Non ci sono stereotipi, ecco!

Forse alcune vicende sono state presentate in modo poco approfondito e, in qualche modo, forzato, ma altre scene sono davvero crude e credo sia davvero impossibile restarne indifferenti. Ti entrano dentro e fanno male. Nonostante il finale, la serie vuole comunque far capire che il suicidio non è mai la soluzione giusta.

Tralasciando il racconto di 13 Reasons Why, ho amato tantissimo la scelta della fotografia. Quando la storia torna ai momenti in cui Hannah è ancora in vita, la fotografia ha dei colori caldi e luminosi, mentre, al contrario, quando si ritorna al presente in cui Hannah ormai non c’è più, i colori sono freddi e grigi, quasi a voler sottolineare il dolore e il vuoto lasciato dalla ragazza.

Spero di non aver fatto spoiler. Mi sento davvero di consigliarvela. E di riflettere su quanto siano importanti le parole che usiamo e le azioni che compiamo ogni giorno nei confronti di chi ci sta accanto.

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Affitta cuori.

Perché volete entrare nella vita di una persona se poi non volete restare?

Pretendete persino il posto migliore, il cuore. Forse siete confusi e scambiate tutto ciò come delle camere d’albergo o di un semplice B&B. Soggiornate per un po’, non potete permettervi di più, e allora andate via. Prima, però, senza dimenticare di lasciare una recensione. “Sono stato bene, posto tranquillo e alla mano, ma…”. E allora succede che i rapporti non sono più rapporti e interazioni, non ci si conosce per il piacere di scoprirsi, condividere, arricchirsi. Vogliamo solo ricevere, ricevere per poi abbandonare tutto e giudicarlo, come un Tripadvisor delle relazioni. Una, due o cinque stelle. Lasciate perdere, se non sapete godere del viaggio, restate a casa. Restate nel vostro involucro di carne. Non calpestate i cuori.

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Benji e Fede, oltre i numeri.

Chi è solito seguire il mio blog sarà sicuramente abituato a leggere tutt’altro tipo di argomento. Ma il mondo è bello perché è vario, no? E perché si cambia, aggiungerei io. In caso contrario, o più semplicemente non interessati, potete sempre chiudere il blog e tornare alle vostre cose. E alla prossima, si spera.

Oggi vorrei parlarvi del fenomeno Benji e Fede. Precisiamo, non mi piace denominarlo “fenomeno” e racchiudere tutto in una questione di numeri senza anima. Certo, è davvero difficile ignorare i loro numeri: disco d’oro in una settimana, con il loro nuovo secondo album “0+”, Disco di Platino in due settimane con più di 50.000o copie vendute, ore di instore (9 ore all’instore di Milano!) e numerosissime persone, a formare lunghissimi cordoni e a riempire piazze e centri commerciali, in attesa di poter abbracciare i propri beniamini e scattare una foto ricordo con loro. E’ davvero impossibile ignorare tutto ciò, è vero. Ma la questione è un’altra. Benji e Fede non sono due slot che sputano numeri a raffica. Credo ci sia molto di più e credo ci si soffermi davvero troppo poco. Ciò che spinge al successo di questi due ragazzi è l’incredibile voglia di spiccare il volo, sempre più in alto, nel mondo della musica, restando con i piedi sempre ben piantati a terra. L’umiltà che si percepisce ascoltandoli ad ogni intervista, la voglia di essere positivi e crederci sempre e la crescita musicale, che è ben visibile nel loro secondo album, sono fattori che non si possono davvero ignorare o sottovalutare e che fanno la differenza in questo mondo. Sono due ragazzi che lanciano messaggi positivi ai loro fan. Sarebbe meraviglioso poter abbattere il muro formato da mattoni di pregiudizi e critiche sterili e guardare oltre al loro aspetto e alla giovane età. Ascoltate la musica e le loro parole.  Ascoltateli.

curr_65wgaenbxl                                                                      Foto: twitter ufficiale Benji e Fede

Voglio un amore fatto di anima.

Voglio un amore che sia libero. Libero da ogni pregiudizio, libero da ogni paura, insicurezza, diffidenza. Un amore che non lega, senza possesso. Un amore che ti renda, semplicemente, te stesso. Senza più voglia di scappare, di sentirsi inadatti, fuori luogo. Un amore che sappia renderti più buono, che sappia aprire la tua mente, che sappia farti vedere cose nuove con gli stessi occhi di sempre. Un amore che sappia darti di più, senza cambiarti.

Un amore senza voglio.

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Una fatina con le scarpe smeraldo.

Avrei voluto essere una piccola fatina, più piccola di Trilly, invisibile, e viverti accanto. Una fatina minuscola, dai capelli rossi e le scarpette smeraldo.

Avrei voluto ascoltare ogni tuo sospiro quando qualcosa non andava per il verso giusto e vedere con quale forza riprendevi il percorso per continuare lungo la tua strada.

Avrei voluto essere sempre lì, accanto a te, mentre tu eri ignaro della mia presenza. Mi sarebbe piaciuto, sai?

Una fatina che legge i pensieri.

Sorridere per una tua battuta, arrossire per un tuo pensiero un po’ intimo, scuotere la testa per la tua finta presunzione e sicurezza che ti ho sempre invidiato.

Sapere cosa pensavi di me, realmente, quando ti prendevo in giro, quando ti svelavo la parte di me più giocosa, quando mi prendevo cura di te con piccoli gesti, quando eravamo gomito a gomito in silenzio, quando portavo i capelli dietro l’orecchio. Cosa pensavi davvero?

Avrei voluto essere una piccola fatina.

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Ci siamo incontrati in un giorno d’estate.

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Ci siamo incontrati in un giorno d’estate ormai inoltrata. Quando la stagione è ormai stabile, stabile lo ero anch’io. La calma e la pace che non pensavo più di trovare. Mi sono sempre sentita, in qualche modo, piccola e accarezzata da uno sguardo spensierato e buono. In quegli occhi che ho sempre guardato chiedendomi di che colore fossero. Perché non ho mai saputo dare una risposta certa, né ai tuoi occhi, né a te, né ai giorni che passavano. Ci siamo incontrati in un giorno d’estate, non abbiamo accarezzato onde, il sole non ci ha mai baciato, le nostre orecchie hanno ascoltato la stessa musica e le gambe hanno seguito lo stesso ritmo. Era un giorno qualunque, ma era il nostro.